Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta modernismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta modernismo. Mostra tutti i post

sabato 1 agosto 2020

Il romanzo inglese del primo novecento



L’inizio del Novecento segnò l’affermazione della potenza imperiale inglese. Il regno di Edoardo VII, salito al trono nel 1901 alla morte della regina Vittoria, fu accompagnato dal trionfo economico, industriale e militare del paese. Le condizioni di lavoro e di vita delle classi lavoratrici erano durissime. La classe dominante, la trionfante borghesia inglese si riteneva come la protagonista di un mondo che aveva per sempre trovato i suoi perfetti equilibri. Ma il Vecchio mondo ottocentesco, con i suoi valori moralisti e populisti, cominciava a morire e qualcosa di differente e più complesso emergeva: il modernismo.

Il movimento nacque come movimento artistico e vide la nascita del futurismo, il cubismo e il vorticismo.

Il vorticismo proponeva una pittura dai tratti netti e forti, dalle angolazioni acute, dalle tessere nitide e brillanti, che esaltavano la macchina, l’energia, il vitalismo.

I pittori dell’avanguardia rivelavano come la realtà potesse  essere colta in modo non realistico, non «rappresentativo». L’impeto iconoclasta del primo modernismo si sposò però con il recupero della tradizione: non quella recente, ma quella del grande patrimonio della cultura europea.

Il modernismo fu applicato anche alla letteratura grazie alle riflessioni di due filosofi: il francese Henry Bergson e l’americano William James.

Il concetto di ciò che Bergson chiamava “duree” ovvero, la durata, associandola ad uno stato interiore, aveva trasformato il concetto di tempo da una sequenza di punti separate in un flusso di continuità.

William James nel suo “Principi di Psicologia”, affermava che la coscienza “non appare divisa in piccolo pezzi” ma fluisce così come un’onda o un fiume, in un flusso di coscienza (stream of consciousness).

 Ne derivava la scelta di «dissolvere la realtà, che passando per il prisma della coscienza» veniva cosí frantumata in aspetti e significati molteplici. Tecnicamente questo, nei narratori, comportava il ricorso al rivoluzionario stream of consciousness, al flusso di coscienza, alla traduzione sulla pagina del processo inconsapevole di pensieri, associazioni e sensazioni che attraversano la mente. Oppure, in Virginia Woolf, nella rinuncia al punto di vista del narratore per l’adozione di una molteplicità di punti di vista. L’intento, era quello di «avvicinarsi a una vera realtà obiettiva con l’aiuto di molte impressioni soggettive avute da molte persone (e in momenti diversi)». (Auerbach)

Furono  i modernisti quindi a  denunciare l’impossibilità di raccontare una storia con la linearità e consequenzialità che veniva da un’ordinata visione del mondo ora che il mondo non era piú conoscibile nella sua totalità. È questo fu vero sia per i romanzieri, sia per i poeti: «Non so connettere nulla con nulla», lamenta Eliot in The Waste Land.

Lo sconcerto, la confusione, la mancanza di solidi punti di riferimento, ma al tempo stesso la consapevolezza della necessità e della possibilità di rappresentare dimensioni inesplorate e nuove dimensioni della realtà, si tradussero nella splendida fioritura letteraria nel primo trentennio del Novecento.


venerdì 24 luglio 2015

James Joyce



James Joyce nasce, primo di dieci figli, da John Stanislaus  e Mary Jane Murray, a Dublino, il 2 febbraio 1882. La madre è una tipica madre irlandese, fervente, timorata e cattolica; il padre, di temperamento artistico e umorale, amante della musica e del bel canto è orgoglioso e generoso, grande oratore, bevitore instancabile e convinto parnellita.
Dal sobborgo alla moda di Rathgar la famiglia si trasferisce a sud, sul mare, a Bray, un piccolo centro residenziale dove vi rimangono sino al 1892.
E' il padre il primo estimatore del talento di James, che decide di dargli la migliore istruzione che si potesse scegliere in Irlanda: lo iscrive ancora piccolo, nel settembre del 1888, al Clongowes Wood College, il collegio gesuita più prestigioso d'Irlanda, a quaranta miglia  da Bray. Rientrando in famiglia solo per le vacanze, Joyce vi rimane fino al giugno 1891. Il ritiro di James da Clongowes coincide con l'aggravarsi della situazione finanziaria e anche con il trasferimento da Bray a Blackrock, un po' più vicino a Dublino.